all’attacco, in che senso

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Gli abbiamo chiesto perchè ieri si è svegliato alle cinque, prima della tappa, senza riuscire più ad addormentarsi. Ha detto che più che emozionato era felice, che fa il ciclista per questo, per correre sulle montagne della leggenda come lo Stelvio, per partecipare a corse storiche come il Giro numero cento, che avrebbe voluto anche andare in fuga sullo Stelvio ma la gamba non c’era, così ci ha riprovato oggi.
Poi qualcuno gli ha chiesto perchè non fa più classifica, se è davvero il capitano della squadra o che, e lui ha detto che è contento del suo ruolo, che è quello che avrebbe sempre voluto avere.
Gli abbiamo chiesto allora perchè non ci sono altri ciclisti che corrono come lui, attaccando tutti i giorni, e in principio non voleva rispondere. Chiedetelo agli altri, abbozzava, io parlo per me. Però per se’ ha continuato a parlare, perchè dice che il ciclismo oggi è cambiato, tutti pensano sempre a risparmiare energie,finchè a furia ti accorgi che la corsa è finita. Mentre secondo lui è meglio dare sempre tutto, alla peggio il giorno dopo arrivi ultimo, ma che ne sai, magari invece arrivi decimo. Dice che quando faceva il Tour per la classifica si sentiva morto nei tre mesi successivi, perchè non puoi permetterti nemmeno di bucare, e devi stare tutto il tempo a guardare quello che fanno gli altri, mentre lui a stare lì, in mezzo al gruppo, proprio non ci si trova, non è capace di aspettare, preferisce attaccare. Dice che il ciclismo già è parecchio faticoso di suo, se poi ci si toglie anche il gusto del piacere, di fare quello che più si ama, allora non ha più senso farlo.

Poi lo abbiamo applaudito un po’ tutti, si è alzato e se ne è andato. Così tranquillo non te lo immagini nemmeno, così felice invece sì. Perchè è un senso, uno scopo, che da’ la felicità, e gente come Pierrot Rolland riempie di senso queste giornate anche per tutti noi.

ai risvegli di merda non ci si abitua mai

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Ogni tanto sembra che parlare di ciclisti non sia così diverso dal parlare di cronaca nera. ma non è un’impressione, è davvero la realtà nella sua faccia più cruda, spietata, ordinaria. il mondo in cui abbiamo scelto di vivere, che abbiamo costruito, è fatto così, una danza macabra sui cadaveri, un balletto stretto tra la nostra vita e la madrina della strage, che da tempo ha posato la falce in nome di un ben più efficace paraurti.

ai risvegli di merda non ci si abitua mai. meno di un mese fa era toccato a mike hall, che per quanto lo avessi incontrato nemmeno 10 volte in tutta la mia vita, finivo per considerare un amico. oggi il telefono non smette di vibrare e tocca a una di quelle persone conosciute prevalentemente attraverso uno schermo televisivo, bucato dalla loro umanità.

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[M.H.]

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all’inizio della scorsa estate ho ricevuto una telefonata che non aspettavo e ho scoperto un mondo che non mi aspettavo. nel giro di due settimane, mi sono ritrovato a impacchettare quattro magliette e cinque paia di mutande, fare un passaporto d’urgenza e volare ai piedi dell’unico punto che conoscevo bene di tutto ciò: il Muur di geraardsbergen. da lì è cominciato l’inseguimento a una lunga traversata d’Europa in bicicletta, nota come Transcontinental Race. una pedalata che si snodava tra incontri più che tra luoghi, anche per chi come noi non pedalava.

il primo incontro è stato con questo tipo strano, che sembrava uscito da un romanzo fantasy e parlava un inglese ai limiti del comprensibile. un tipo che ho scoperto con lo scorrere dei chilometri, come tutta questa storia fatta di birra e ciclismo. ci ho scambiato troppe poche parole con Mike Hall, quando sapevo che avrebbe avuto parecchio da raccontarmi. l’ho incontrato qua e là lungo la strada, l’ho ritrovato al traguardo in turchia, a Çanakkale, con un sacchetto di lattine di Efes da consegnare a chi arrivava alla fine della corsa. l’ho rivisto a milano lo scorso novembre, quando ci trovammo insieme sullo stesso palco a presentare la prossima Transcontinental, l’ultima che ha disegnato, la prima che non vedrà con i suoi occhi.

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Paleontologia e modernità (o della Federciclismo che verrà… forse)

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Il prossimo 14 gennanio, nell’ingiustificato scenario del Mart – Museo d’arte moderna e contemporanea di Rovereto, la Federazione Ciclistica Italiana voterà il suo nuovo governo, e il presidente che la guiderà nei prossimi 4 anni. Al di là dell’indigestione di maiuscole (non lo faccio più, promesso), il passaggio è quantomai significativo per un ciclismo italiano in crisi drammatica di fondi, prospettive, risultati e idee. Come io la pensi sulla lunga epoca di dittatur governo  di Renato di Rocco è cosa nota, e non posso che auspicarmi (senza grandi speranze, invero) che Rovereto rappresenti il definitivo tramonto di questa fase. Ad ogni modo, non avendo diritto di voto ne’ io ne’ i pochissimi che leggeranno quanto segue, mi astengo dai proclami e mi limito a riportare lo scenario imminente. Pur avendo parecchie cose migliori da fare (e grazie ar cazzo, ci vuole poco) e soprattutto da scrivere, ho dedicato le serate di queste vacanze a leggermi per intero le 42 pagine dei vari programmi elettorali. Quella che segue è una sintesi, molto poco oggettiva, a beneficio di curiosi, impiccioni e sognatori. sarà lunga, e nemmeno troppo coinvolgente.

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Buona fortuna, disse la nave dorata all’iceberg

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olimpiadi di rio de janeiro. Viviani ha vinto (finalmente), l’oro nell’omnium. evviva. sono felice come uno scemo pure ora, a giorni di distanza. felice per elia, per marco villa, per davide cassani, per i pochi che hanno raggiunto questo risultato. nella foto qui sopra stanno nella parte di destra, e per uno strano gioco dell’obiettivo -e dell’attualità stessa- è come se fossero in secondo piano.

questo articolo stava incastrato tra le sinapsi da qualche tempo, pronto ad essere lavato via e dimenticato dall’effetto erosivo della birra, se non che ieri mi sono imbattuto nell’ennesima autocelebrazione federale, e tutti si è sbloccato.

la riflessione che segue dovrebbe nascere da questa stessa foto qui sopra, o appunto quest’ultimo bollettino del komintern in cui si parla del 10° anno di impegno di FCI per la pista, ma non è vero. nasce da questo tweet di british cycling. Continua a leggere

**SPAM** “Se qualcuno viene mi fa piacere” – il libro di Bidon sul TdF

Anche quest’anno l’abbiamo fatta grossa. Solo che, a differenza di 12 mesi fa, l’abbiamo fatta anche di carta.

Il libro di Bidon sul tour de france è finalmente disponibile online, si intitola “Se qualcuno viene mi fa piacere” come l’appello al vuoto dei fuggitivi solitari, ed è introdotto dalla penna di claudio gregori.
per scoprire dove seguite i sassolini fino a bidonmagazine.org
e con la carta in mano, troveremo anche l’occasione di parlarne a voce…

non sanguina, ma se qualcuno lo legge mi fa piacere.