Lo strano caso del signor Reda e di forever Hyde

Immaginesaro’ lungo ma soprattutto confuso. scrivo senza rileggere.

in verità questa roba la volevo scrivere già da qualche giorno, poi il tempo è quello che è.
fatto sta che si è arrivati a 10 anni dalla morte di pantani, e questa roba probabilmente la volevo scrivere da 10, direi 15, anni.
questa roba è ciò che più ha fatto male al Ciclismo negli ultimi lustri, anche più di gianni agnelli.
questa roba è l’antidoping. meglio: e’ l’uso politico dell’antidoping.

c’è una stanza, allo stadio olimpico di roma, dove si entra uno per volta. si entra ciclista e si esce disoccupato. per minimo 2 anni, più spesso per sempre, negli ipocriti tempi che corrono. non credo che questa stanza sia arredata in maniera particolare, le inquisizioni moderne hanno abbandonato la sfarzosità medievale, come ci racconta Kader Abdolah anche nell’iran post-rivoluzione il “Giudice di dio” mandava a morte i processati in cantine e magazzini.
qualsiasi ciclista entri in quella stanza, esce con due anni di squalifica sul groppone, a prescindere da tutto. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati Ballan e Reda, un campione e un corridore dalla carriera senza squilli. il primo paga una terapia non autorizzata, quando era fermo per malattia e lontano dalle corse. il secondo paga addirittura un errore dei controllori, presentatisi ai controlli senza aver letto il suo adams, come spiegato dettagliatamente nella sua lettera aperta (da leggere assolutamente) di qualche settimana fa.
ma non è esattamente così” dicono i sempre informati pettegolezzi del gruppo: ballan paga una montagna di intercettazioni telefoniche contro di lui nel grottesco processo di mantova; reda -dicono ancora- “era pieno come un uovo”. Ragioni buone, a quanto pare, per giustificare un abuso. ragioni paradossalmente addotte dai colleghi dei corridori stessi.

a me in questo caso importa poco se reda fosse pieno o no. non è la logica del doping che mi interessa, non qui. Ciò che conta è un uomo che resta a piedi per scelte e responsabilità altrui. E non di un “altrui” qualunque, ma di chi lavora nello stesso organismo di controllo, di chi innesca il processo di giudizio e repressione ai danni del corridore. In una spirale in cui l’abnormità della condanna è direttamente proporzionale all’assenza di giudizio, verrebbe da dire quasi all’assenza di diritti.
una storia già vista, in italia e non solo. una storia che va di pari passo con quello che accade nei tribunali di tutto il paese, una storia che conoscono bene le centinaia, migliaia, di accusati e spesso condannati. Specie quando quella che va sotto processo non è più una persona, nemmeno un “soggetto legale”, bensì una categoria. e così i ciclisti vanno pure in buona compagnia, è un po’ come quando nei tribunali ci entrano gli ultra’ (per condannare i quali è sufficiente anche solo un’antipatia) o ancora peggio i movimenti sociali, i cui militanti affollano le (pessime) carceri in attesa di giudizi già scritti, quando non già condannati, processati per terrorismo per il sospetto di “danni di immagine”.

quando la giustizia sportiva (che giusta non potra’ mai essere) si occupa dello strano, dopato e ipocrita, mondo del ciclismo, il giudizio è unanime e scritto in partenza, una condanna a prescindere, con il massimo della pena. Un tribunale del terrore che ha ottenuto perfettamente ciò che voleva: disgregare il gruppo, seminare il sospetto e anestetizzare ogni possibile reazione (“io ho i mezzi per fare risultare positivo un corridore quando voglio” diceva verbruggen al ds festina Roussel, era il 1998). Già perchè la differenza sostanziale tra i ciclisti e le altre “categorie giudicate” è la mancanza di reazione. Una mancanza che ha un’origine chiara: la paura.
in gruppo non vale il “se tocchi uno, tocchi tutti”, al contrario: “se toccano uno sto zitto, perchè non vorrei diventare il prossimo”.
Certo, se non reagissero i pavidi ciclisti spaventati potrebbero essere altri a reagire, non dico soggetti altrettanto coinvolti come squadre e sponsor, non dico quella larga fetta di giornalismo sempre più timida, ma almeno chi i corridori dovrebbe difenderli. Eppure il silenzio dei rappresentanti dei ciclisti è tombale, quello dei loro sindacati ancora più imbarazzante di quello dei corridori stessi.

quando accadono momenti storici, ci si ricorda sempre di cosa si stava facendo. io il 14 febbraio (compleanno di gianni bugno) di 10 anni fa, quando mi arrivò la notizia della morte di pantani, stavo andando a un rave. fu mio fratello ad avvertirmi con un sms. shock. poi il silenzio, almeno per mezz’ora… non so se forse la notiza aveva bisogno di diffondersi, fatto sta che passò quella mezz’ora e poi il telefono inizio’ a squillare ripetutamente, e mi trovai ad uscire da un capannone per sentire il telefono, perchè la comunicazione sovrastasse i bpm, perchè un sorprendente dolore sovrastasse la musica.
d’altronde, #MuoionoTutti, come sempre. Dieci anni fa moriva Pantani, nelle ultime settimane morivano Pete Seeger e Freak Antoni. di mezzo, a lasciarci è toccato anche a un grande tifoso di calcio, un genoano chiamato Pippo Spagnolo, uno che ribadiva spesso quanto fosse normale la diversità di vedute tra lui e i presidenti della squadra, “perchè lui è il padrone; io, come tifoso, rappresento il sindacato. E i miei interessi non potranno mai essere i suoi“.

Ecco, se non riescono i ciclisti a difendersi, se il loro stesso sindacato rinuncia a farlo… forse è arrivato il momento di alzare il culo, o almeno la voce, e far sentire l’unica rappresentanze reale dei ciclisti, quella rappresentata dai tifosi, dagli appassionati, da chi pedala ogni giorno.

we shall overcome. anzi, largo all’avanguardia.

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2 pensieri su “Lo strano caso del signor Reda e di forever Hyde

  1. Bella Cauz,
    Tu ci vedi una gran mancanza di pale dei corridori, io ci vedo anche la mancanza di procedure interne che garantiscano la possibilità agli atleti di contestare gravi difetti procedurali senza adire vie legali ordinarie. Visto che i controlli più stretti li hanno voluti i corridori potrebbero anche chiedere questo.
    Ma i miei son pensieri da giurista.. Lunga vita a Marco. Il suo nome sopravviverà, le grigie eminenze della burocrazia romana passeranno senza onore dalla culla alla tomba

  2. Nemmeno Maìno immagina quanto siano tremendamente vere e corrette le sue parole.
    Ovviamente lui parla da giurista, chi scrive le legge sulla base di valutazioni empiriche e non può che rimanere ammirato verso chi scorge i rischi reali dell’andazzo antidemocratico e “ingiusto” della inGiustizia sportiva.
    Prima di poter accedere alla giustizia ordinaria ci sono una mare di gradi di giudizio e onerose spese da sostenere.
    Ai tempi della giustizia ordinaria italiana, aggiungete quelli altrettanto italiani della inGiustizia sportiva.
    Comunque la si pensi, la casta politica “ordinaria”, nonostante i molti tentativi (anche di questi giorni) non è ancora riuscita a farsi rendere improcessabile come i “monarchi del Belgio” e io dico per fortuna.
    Nel contempo dobbiamo tristemente prendere atto che la casta sportiva si posta in una botte di ferro. Loro nello sport FANNO QUEL CAZZO CHE VOGLIONO.
    Lo sport non è un mondo democratico e tanto meno un mondo giusto.
    La cosa migliore dello sport sono gli atleti, ed i dopati sono comunque sempre meglio del miglior dirigente che questo sistema ingiusto seleziona.

    Ps. Nei confronti di Reda è avvenuta e sta avvenendo una vera e propria punizione del sistema.
    Un giorno ne parleremo compiutamente.

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