appunti sparsi sul ciclismo africano

lunedì gli amici (bravissimi) di olio di canfora mi hanno chiesto un intervento sull’invito della MTN al prossimo tour de france. l’intera puntata la potete sentire qui.

l’ocasione si è rivelata propizia per buttare giù degli appunti confusi e tutt’altro che esaustivi sul ciclismo africano al (world) tour e fuori dal (world) tour.
in fondo questo si rivela essere l’articolo di inizio stagione (insieme a questo).

un inizio stagione relativo peraltro al ciclismo su strada internazionale, perchè sui singoli territori si corre già da un po’, e nell’atterrare in africa ci accorgiamo ad esempio che lo scorso weekend si è concluso il Tour d’Egypt, corsa gloriosa del calendario africano tornata in programma dopo 5 anni di assenza. non è un caso che si inizi da qui, perchè le corse che ritornano in un ciclismo che tutto sommato parrebbe in crisi sono un segno di una tendenza diversa, un segno della crescita stessa del movimento africano.
per la cronaca, in egitto ha vinto il vecchio, noiosissimo, paco mancebo, in una corsa dominata dalla SkyDive Dubai in cui le vittorie di tappa africane sono state due: il sempre più sorprendendente Ndayisenga nel cronoprologo e il marocchino Haddi nella terza tappa.
ora il calendario africano rallenta un po’, passeranno i campionati nazionali, e poi arriverà la fantastica Tropicale Amissa Bongo, una delle migliori gare del continente nero per organizzazione e qualità, che quest’anno parte dal camerun. il lusso della partenza estera, un po’ come il tour de france…

L’AFRICA IN FRANCIA

il punto di partenza per tutta questa riflessione (che sfocia parzialmente pure in questo articolo), si diceva, è l’invito della MTN-Qhubeka al prossimo tour.
un invito quasi scontato, verrebbe da dire mettendo insieme i pezzi e seguendo un progetto “illuminato” come quello del team di Doug Ryder.

MTN non è una squadra sudafricana, ma una squadra africana: recluta corridori in tutto il continente e li “miscela” con corridori europei, utili per il loro apporto di esperienza in gruppo… e per l’appeal necessario quando c’è da ottenere inviti alle corse.
La squadra nasce nel 2007 ed ha una crescita costante, da team amatoriale sudafricano sino a dominatrice del circuito africano nel giro di 3-4 anni. dal 2012 inizia a correre in europa e già ottiene risultati più che discreti, soprattutto grazie a reinardt janse van rensburg.
è evidentemente un progetto di ampio respiro, che inizia a sbocciare sul palcoscenico mondiale dal 2013 quando entra nel WT come professional e vince subito la sanremo con ciolek. lo scorso anno arriva il primo GT: la squadra ha inseguito a lungo il giro ma si è scontrata con una visione differente (forse miope, forse no) da parte di RCS, così che il bollino di “prima squadra africana invitata” se lo attacca la vuelta, dove i gialloneri non sfigurano infilandosi in parecchie fughe e portando fino in fondo alla corsa tanti debuttanti. questo inverno la squadra cambia maglia, dal giallo-nero del sole d’africa a più calcistiche righe bianconere. sparisce il giallo, insomma, co una grande strizzatina d’occhio ad ASO, che non ama troppe maglie gialle al tour, ma che il bianconero di MTN lo accoglie a braccia aperte.

andiamo a vedere un po’ meglio chi e cosa è questo progetto.
innanzitutto i soldi: MTN è la principale compagnia telefonica africana, una delle più grandi aziende del sudafrica mandeliano, nonchè una multinazionale senza scrupoli, al centro di più che controverse operazioni in Iran e medio oriente.
a fianco di MTN, la squadra si affianca a grandi sponsor internazionali: prima microsoft, poi samsung. mentre il fornitore tecnico è passato da Trek a cervelo.
ma la definizione con cui si presenta la squadra è: Not just a professional cycling team.
e lo spiega il suo secondo nome, Qhubeka, termine in lingua nguni che significa “andare avanti”: è un programma benefico il cui scopo è letteralmente “muovere le persone in bicicletta”.
l’obiettivo è distribuire bici in africa. come altre esperienze insegnano, una bici in varie zone dell’africa è uno strumento che permette attività impossibili come andare a lavorare, a scuola, a prendere acqua, trasportare viveri. ma anche ad esempio muovere i medici da un villaggio all’altro (si stima che il numero delle visite venga raddoppiato grazie alla bici). i corridori stessi sono coinvolti non soltanto come testimonial, ma portati a visitare i villaggi e interagire con la donazione delle bici. ad oggi, qhubeka ha distribuito 51mila bici.
Il tutto è affiancato, direi inevitabilmente ormai quando si guarda all’estero, da un forte progetto comunicativo, che passa in primis dalla presenza massiccia sui social network.

sotto le nuove maglie bianconere c’è una squadra rafforzatasi in chiave-tour con una campagna acquisti importante, con tanti corridori in rampa di… rilancio. al già buon organico dell’anno passato si sono aggiunti nomi come Boasson Hagen (enorme talento un po’ smarritosi per strada), Matthew Goss (vincitore della sanremo 2011), un invecchiato velocista come Tyler Farrar (con all’attivo tappe a giro e tour) e l’ex fenomeno della pista Theo Bos…
tanti velocisti: ed è una scelta saggia perchè portano vittorie, e le vittorie in fase di crescita di una squadra servono molto di più che i piazzamenti, per quanto importanti possano essere.
La MTN negli ultimi 18 mesi ha inoltre “riportato a casa” alcuni talenti africani che correvano in europa (teklehaimanot, berhane, reinardt janse van rensburg), cosa che sta in pieno nello spirito “panafricano” del team che schiera 13 africani sui suoi 23 effettivi. doug ryder ha già annunciato che la formazione schierata al tour sarà almeno per metà africana.

per spiegare la sua presenza sulle strade di francia, inoltre, va considerato un ultimo tassello che è la forte componente tedesca tra i suoi manager. l’approdo al TdF coincide con il ritorno della corsa sulle tv tedesche, in una piccola “epoca dorata” del ciclismo in germania (che in quanto a bici rappresenta il piu’ grande mercato europeo).

così la MTN-qhubeka sbarca al Tour de France. primo team africano nella storia ad essere invitato in francia, o forse no.
prima venne la barloworld, sempre sudafricana benchè con un management quasi interamente europeo. la squadra che porto’ chris froome agli esordi tra i pro, partecipo’ a due tour e due giri tra il 2007 e il 2009 vincendo addirittura due tappe e la maglia a pois (con il povero soler) all’esordio. per le strane strade che seguono l’affiliazione dei team nel ciclismo internazionale, pero’, la barloworld risultava essere una squadra britannica, che di africano aveva solo lo sponsor e una piccola minoranza di corridori.
la prima squadra di corridori africani al tour pero’ risale addirittura ai tempi della gara per nazionali. nel 1950 e 51 fu invitata una squadra mista di corridori algerini e marocchini (ai tempi colonie francesi). era una selezione di corridori assolutamente impreparati per la gara durissima che era il tour a quei tempi. tra questi il più famoso è stato sicuramente Abdel-Kader Zaaf, reso noto per essere più volte collassato in corsa e ripartito ore dopo, talvolta in stato confusionale imboccando il percorso in senso sbagliato. zaaf fu l’ultimo classificato del tour 1951.


L’AFRICA IN AFRICA (E OLTRE)

in un ciclismo che tende sempre di più a globalizzarsi, con risultati altalenanti, quella del continente nero è una sfida che mette d’accordo ormai quasi tutti. in africa la passione per il ciclismo si fa più forte ogni giorno che passa, e basta guardare le immagini di qualsiasi corsa per rendersi conto di quanto grande sia questo patrimonio.
quello di cui ha bisogno il ciclismo africano, pero’, è una crescita naturale. ben vengano progetti come quello di MTN, e ben vengano gli africani nei team internazionali (spesso presi anche per ragioni economiche, Saronni lo ha ammesso senza girarci troppo attorno dopo aver portato Grmay alla lampre).
non ha affatto bisogno invece di una globalizzazione spinta a forza, quella dei tour of beijing o delle corse mediorientali. un movimento ciclistico africano c’è eccome, ha le sue peculiarità e le sue difficoltà, ma il futuro del ciclismo nel continente deve partire da quello, deve soprattutto partire dai ciclisti.

i corridori africani oggi non sono così pochi come sembra a chi legge soltanto gli ordini d’arrivo.
oltre ad MTN esiste un team continental al 100% algerino (il Velo Club Sovac), mentre la succitata SkyDive Dubai -un’altra continental- ha al suo attivo i tunisini Chtoui, che ha alle spalle una discreta esperienza in europa, e Hasnaoui e i marocchini Jelloul (grande vecio del ciclismo del maghreb) e Haddi, che tra tutti questi parrebbe essere il vero talento.
c’è poi un universo di formazioni minori di cui spesso è difficile riconoscere le peculiarità osservandole da qui. tra tutte, uno degli esperimenti più interessanti è sicuramente quello del Team Rwanda, sulla cui storia è uscito recentemente anche un documentario (“rising from the ashes“) che spero prima o poi di riuscire a vedere…

in quasi tutti i paesi, comunque, sono i governi locali a fare la parte del leone, con tutti i pro e i contro di ogni scelta centralistica. un partner fondamentale resta il centro mondiale del ciclismo dell’Uci ad Aigle, dalla cui scuola sono passati i talenti migliori dei paesi emergenti.
Da Aigle è appena uscito Till Drobisch, per passare dilettante in francia con la U-nantes. il namibiano è verosimilmente uno dei più grandi talenti in prospettiva per il ciclismo africano, e arriva da un paese dove il ciclismo è già reso popolare dalla leggendaria figura di Dan Craven, ciclista barbuto già visto in gruppo l’anno passato con l’europcar ma soprattutto grandissimo ambasciatore del ciclismo nel continente nero.
ad aigle arriverà per uno stage a primavera Valens Ndayisenga, rwandese classe ‘94 (!) di cui parlavo in apertura. nonostante l’età giovanissima, ndaysenga è già un mito nel suo paese: quest’inverno ha infatti vinto il Tour of Rwanda, scatenando feste e caroselli per strada. è infatti il primo rwandese nella storia a vincere la corsa di casa, di un paese tra i più promettenti nel panorama africano.

due esempi di storie che aiutano a delineare i “punti cardinali” del ciclismo in africa.
ci sono i “vicini” nordafricani (tra marocco e tunisia), ci sono i montanari rwandesi… e poi ci sono i due veri e propri epicentri: l’estremo meridionale del continente e il corno d’Africa.
la storia del ciclismo della Namibia è difficilmente scindibile da quella del più ricco ciclismo sudafricano: da qui arrivano il primo vincitore di tappa in un GT, Robert Hunter, e la prima maglia gialla, daryl impey. qui è soprattutto cresciuto Chris Froome, cittadino inglese e nativo del Kenya ma prima vera superstar ciclistica con una storia africana. c’è un elemento che unisce tutti questi corridori, ed è l’etnia. il ciclismo sudafricano è il più sviluppato del continente, ma resta un ciclismo bianco. come Reinardt Janse van Rensburg, che dopo tante vittorie minori ha provato il salto nel ciclismo “maggiore” con la Giant senza ottenere grandi risultati, e ora ci riproverà con la maglia MTN. O come Louis Meintjes, che è forse il talento più luminoso per il futuro vicino: medaglia d’argento tra gli under23 a firenze 2013, lo scorso anno si è segnalato in una vuelta tutta all’attacco e sono certo che lo rivedremo così già al TdF.
Dal corno d’africa arriva invece l’atteso campione della generazione precedente: Daniel Teklehaimanot ha ormai 27 anni, e difficilmente farà registrare exploit memorabili in carriera, ma per questo nuovo ciclismo africano è quasi un capostipite. passato da aigle con le stimmate del predestinato, è stato stagista alla Cervelo per poi esordire tra i professionisti con l’australiana GreenEdge: poche vittorie ma tantissimi km, spesso a inseguire il gruppo perchè tagliato fuori da incidenti e incapacità di limare in testa. l’esperienza di tekle ha insegnato tantissimo nel bene e nel male, mettendo in luce un talento ma anche tutte le difficoltà che si presentano a chi, cresciuto tra le corse africane, si trova disperso all’impatto con il world tour. dietro alla sua storia, però, l’Eritrea ha già prodotto altri due corridori dal grande potenziale come berhane e kudus, che può provare a diventare il primo uomo da GT del ciclismo africano. Dal di là del confine arriva invece l’etiope Grmay, che dopo 3 anni in MTN con pochissimi giorni di gara all’attivo da quest’anno sarà l’uomo-Lampre per l’assalto al ciclismo d’africa.

E’ un assalto che avrà bisogno di tempo e di tanta abilità per superare i troppi ostacoli, dal clima alle strutture, dagli insegnamenti tattici ai problemi con i visti, che spesso vengono sottovalutati. ma non avrà bisogno di costruire appassionati, quelli ci sono già e sono tra i più fedeli del mondo, ed è un dato di partenza che dà piu’ speranza che mai.

Annunci

Un pensiero su “appunti sparsi sul ciclismo africano

  1. Pingback: Il Tour visto dal divano. giorno 0. | Ho Il Ciclo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...