[Richmond2015] The wolf of Governor street

sabo

Peter Sagan è il nuovo campione del mondo, e vince con così tanto splendore addosso che non c’è proprio nulla di più da dire, c’è solo da gioire.

Già, il finale di Richmond mi ha lasciato estasiato, come pochissime volte in vita mia. Un’estasi arriva grazie a un corridore di cui ho sempre riconosciuto il talento in bicicletta me che non ho mai sopportato da un punto di vista umano. usando un’iperbole, direi che ho sempre ritenuto Sagan una gran testa di cazzo. Certo, non si poteva non apprezzarlo in alcune occasioni, e l’ultimo Tour de France ne è l’esempio più chiaro, ma non erano sufficientemente forti per togliere quel retrogusto. Non forti come ieri, quando il finale ha avuto un retrogusto di ecstasy.

Sagan aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, aspetta e aspetta, poi vede partire van Avermaet, probabilmente si ricorda di quanto faceva caldo quel pomeriggio di luglio a Rodez, e gli salta alla giugulare. Sagan si libera di GvA e dell’inutilissimo Hagen con una facilità disarmante: quando si butta in discesa, Sagan si guarda intorno da una bolla di tranquillità.
In quel momento ha già vinto, potrebbe succedere di tutto, potrebbe cadere o bucare, qualcuno potrebbe sparargli dal sesto piano della biblioteca di Richmond e fargli saltare le cervella per strada, ma intanto lì Sagan ha già vinto. La disinvoltura con cui si guarda alle spalle, con cui perde e ritrova l’aggancio del pedale, con cui si approssima alla linea del traguardo, fanno di Peter Sagan l’uomo più tranquillo del mondo. L’impressione è che il tempo per lui scorra con una velocità differente, tale da concedergli di ponderare ogni gesto. La lunga attesa e quell’unico scatto di Richmond hanno proiettato Sagan in una dimensione spazio-temporale differente, e il campione del mondo che abita in quella dimensione è ora una persona differente quasi.

Taglia il traguardo avvolto in una nube di stupore, Peter Sagan. Rinuncia a buona parte delle solite sceneggiate, anzi si ferma ad aspettare gli avversari, e sono i vinti a rendergli il tributo più bello: Trentin e Boonen (con Sagan il migliore di giornata) gli battono un high five, qualcuno lo abbraccia, lui bacia la sua ragazza e poi va verso i microfoni dove trasforma l’intervista di rito in un proclama politico.

I want also to say… i was founding motivation in the world, it’s a big problem in Europe and all this stuff that was happening. This was very big motivation for me. I wanted to win today and say this thing: population in the world, we have to change. (…)
this competition, and all the sport, is very nice for the people, and we are motivation for the people. I am hoping we can do the sport also in the future…
then i want to say to all the people: change this world.

chiaro, semplice, diretto. 
dopo questa intervista Papa Ciccio, Obama e Renzi se ne sono tornati 
tutti a casa sullo stesso aereo presidenziale. 
Gli mancava solo Bono per fare lo scopone.

Non è che ci sia molto altro da dire su questo mondiale: le pagelle stanno qui (e per i pigri qui c’è la chiacchierata del lunedì) insieme ai ringraziamenti a Belgio e Paesi Bassi per la corsa che hanno fatto, e alle lodi a Boonen e Valverde per esistere e resistere, ultimi sopravvissuti di una generazione fantastica ma ormai passata: sul podio ci sono due ‘90 e un bellissimo ‘88.
Gli altri quasi non sono pervenuti, compresa l’italia i cui dirigenti federali hanno approfittato della bella trasferta pagata per andare a sostenere la causa del campionato mondiale degli amatori.
Il ciclismo italiano fatica, ma gli amatori riempiono le tasche, d’altronde.
Come riempie le tasche il mondiale all’UCI, lo diceva bene (come sempre) Inner Ring, lo ribadisce quanto non si è visto: con l’ennesima produzione televisiva incompleta e insufficiente, appaltata al ribasso come da tradizione svizzera.
(non che in italia cambi molto, da questo punto di vista, finchè si annuncia il ciclismo ma poi si trasmette lo sport imposto dal dirigente di turno).

L’importante è che paghino, con buona pace di un ciclismo che rischia di diventare meno appassionante ogni giorno che passa. O rischierebbe questo destino se non fosse salvato ancora una volta dagli individui: dall’inchino di Ivan Stevic (che festeggia come una vittoria i suoi 150km di fuga al vento) a due campioni del mondo come l’estatico Sagan e il carroarmato Kiryenka. Vasillone che l’anno prossimo fascerà con i colori dell’iride i suoi 70 kg di bontà e sorrisi, solitudine e video di gattini. Due campioni del mondo con la dinamite nelle gambe e i pensieri nella testa, i sogni pacifisti di sagan e la poetica contadina di Kiryienka, per cui questo titolo dimostra che le sue vittorie “erano tutte importanti, non venivano dal cambio dell’aria“. Quell’aria che intorno al ciclismo non cambia mai, neppure al di là dell’oceano, ma che da Richmond ci restituisce un soffio di piacere, e di dignità.

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