2019%

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[il post che segue è la copia di un thread su Twitter. questo blog è ancora in ibernazione, ma magari risorgerà nel mondo dei copia/incolla]

 

Ci informa Year Progress che abbiamo già superato il 99% dell’anno 2019. Questo è un thread infinito per fissare il ricordo delle cose migliori del ciclismo su strada in quest’anno. Prima che la memoria sia filtrata dal fegato.

La Roubaix di Philippe Gilbert non può che essere il ricordo più indelebile. Non sarà stata la corsa più bella dall’anno, ma il finale più bello sì: un risultato che ha scritto la Storia. (Pippo Gilbert che raddoppia i lieti ricordi alla Vuelta con quella folle tappa a cinquanta all’ora verso Guadalajara. Surreale).

Julian Alaphilippe. Tutto Julian Alaphilippe, nelle vittorie (tante) e nelle sconfitte. Ma più di ogni altra cosa, il Tour di Julian Alaphilippe.

Annemiek van Vleuten. Tutta Annemiek van Vleuten, nelle vittorie (tante) e nei piazzamenti. Soprattutto in quei due pomeriggi, al Lago di Cancano e nello Yorkshire, quando ha dipinto le due imprese più clamorose di questo decennio.

Mathieu van der Poel. Tutto Mathieu van der Poel, nelle vittorie (tutte) e negli errori. Ma soprattutto in quella settimana di aprile in cui il destino ha scelto le sue gambe come proprio mezzo di comunicazione.

Wout van Aert. Tutto Wout van Aert, fino a quella curva sbagliata a Pau che finalmente possiamo dimenticare. Una primavera senza vittorie ma con una tal classe onnipresente che dei risultati se ne può tranquillamente fare a meno.

La Kuurne-Bruxelles-Kuurne di Bob Jungels, vinta con quello che è stato forse il numero migliore visto in una classica in questa stagione (almeno tra gli uomini). Ma che purtroppo è stato anche l’unico di un annus horribilis per Bobbone.

La primavera di Alexey Lutsenko, riuscito ancora una volta a edificare un grattacielo di aspettative (soprattutto quel giorno alla Tirreno) per poi demolirlo tutto d’un tratto quando c’era da realizzarle.

Gli ultimi 20 chilometri di Sebastian Langeveld al Fiandre. Dimostrazione unica e magnifica di come costruire il successo di un compagno di squadra, correndo da vincitore.

Jakob Fuglsang. Tutto Jakob Fuglsang nelle vittorie (tante) e nelle cadute (idem). E’ praticamente impossibile non innamorarsi di un corridore simile. Ha forza, umiltà, coraggio, fragilità e cuore. La sua Liegi la più bella da un bel pezzo.

L’Ora di Victor Campenaerts. Per come l’ha costruita, sognata e realizzata, ma soprattutto per come l’ha celebrata dedicandola a Stig Broeckx e invitando tutti i suoi tifosi a bere gratis al bar dello zio.

La “fame” con cui Carapaz ha vinto il Giro, e nello specifico due tappe: Courmayeur e Ceresole. Quest’ultima soprattutto per la folle azione con cui Mollema e la Trek provarono a ribaltare la classifica. A pieno titolo premiata come utopia dell’anno.

La tappa di Saint-Étienne al Tour. Alla Grande Boucle non si vedeva una tappa così bella dal secolo scorso. Non sarà un caso se ad animarla e vincerla sia stato uno dei corridori del secolo. Dank je wel, Thomas de Gendt.

La Course a Pau, in una giornata unica. L’edizione più bella, la vittoria più bella in una stagione che per Marianne Vos è stata ancora, benchè sempre in modo differente, divina.

Gli 80 chilometri di fuga solitaria di Marta Bastianelli al Tour de l’Ardèche: impresa epica nata come un tentativo, proseguita come un allenamento, completata come un trionfo. (E il Fiandre di Bastianelli, e tutto o quasi il suo 2019).

Remco Evenepoel. Tutto Remco Evenepoel nelle corse (poche) e nei risultati (tanti). Il rarissimo caso di un corridore che rende dolce ed emozionante l’attesa del futuro imminente.

La corsa in linea maschile agli Europei. Perché nel ciclismo di oggi le avversità del clima sono più incisive e avventurose delle grandi montagne. E sono uno stimolo all’ardore che talvolta qualcuno sa raccogliere.

La vittoria di Ángel Madrazo a Javalambre alla Vuelta. Uno dei pomeriggi più schizofrenici e divertenti che un appassionato di ciclismo possa desiderare.

Tutta la settimana iridata. La corsa ad eliminazione della domenica, il capolavoro di van Vleuten, l’esplosivo finale della gara junior. E Rohan Dennis, soprattutto Rohan Dennis.

L’ultimo è per ricordarlo meglio. Il 2019 è stato l’anno di Bjorg Lambrecht. Quello in cui sulle Ardenne si vedeva già brillare un campione. Quello in cui Lambrecht se ne è andato per sempre. E se devo ricordarmi una sola cosa di questa stagione, mi prendo lui. #ForBjorg.

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