“Il migliore” e il vuoto pantaniano

Sono andato a vedere Il migliore, il nuovo documentario su Marco Pantani. In genere non vado a vedere questi film, ma stavolta me l’ha consigliato Gino e quindi c’era da fidarsi. Davvero.

Al centro del film, a dire il vero, c’è il vuoto. Il migliore è un film sul vuoto. Sono vuote le spiagge e le strade di Cesenatico, le cucine dei ristoranti e delle piadinerie, i boschi delle colline romagnole spazzati dal vento.

È vuota la casa di Marco e sono vuote anche le stanze degli amici a cui questo film affida completamente la parola. Un vuoto che in quelle stanze è riempito da foto di Pantani, prime pagine, cartoline, maglie firmate, articoli di giornale. Ma resta ingombrante, lo si percepisce dai primissimi piani delle persone che con Pantani sono cresciute, che l’hanno amato e perso.

Tanto che il vuoto più forte arriva nel finale, affidato a brandelli di una delle ultime interviste di Pantani, in cui Marco rimane zitto, senza parole, come se avvertisse e cercasse di comunicare anche lui quel vuoto che già c’era, e che infine ha lasciato.

C’è un vuoto in questo film che è la verità mai conosciuta, o mai raccontata, su quanto accaduto a Pantani. Su quel buco nero in cui si è trovato scaraventato a Madonna di Campiglio senza più riuscire a uscirne. Ma quello che rimane è l’assenza di Pantani. Un’assenza che fa tremendamente male a chi gli è stato vicino, ma fa male anche a noi, al ciclismo tutto.

Perché il vuoto che si può toccare con questo film è che Pantani in ogni caso non c’è più, è irreversibile. Tanti altri sono stati cacciati ma sono rimasti tra noi, a raccontarsi o meno, ma ugualmente vivi e presenti ai loro cari. Pantani no.

Ho sempre pensato con dolore a questa cosa. Al fatto che Pantani oggi avrebbe potuto raccontarsi o isolarsi: diventare un opinionista in tv e magari dire un sacco di cazzate, o un ristoratore e fare delle piadine fantastiche, o un DS dalle scelte criticabili, o uno scatenato cantante di karaoke. Avrebbe potuto essere tutto e invece resta un vuoto.

C’è una scena in cui l’amico cacciatore ricorda le giornate e le cene insieme e conclude con: «Era forte». Mi è sembrata un’occasione rarissima in cui l’atleta e l’uomo Pantani si ritrovano in un aggettivo semplice semplice. Pantani era un ciclista forte. Ma era altresì ‘forte’ nella sua presenza: divertente, carismatico, attrattore.

Ecco, il Pantani che manca a tutti è questo qua. Perché importa poco cosa e dove sarebbe stato oggi, quasi 18 anni dopo, ma se fosse rimasto ancora qui, sarebbe ancora ‘forte’.

PS- e questa è anche la storia (triste?) di come dopo più di due anni sono tornato al cinema, alle tre di un martedì pomeriggio. In sala c’erano cinque persone (di cui uno più impegnato a immortalare lo schermo col telefonino) e a un certo punto io, forte delle tenebre, ho cominciato a piangere.

[anche questa non è altro che la trascrizione di un filo su Twitter, giusto per la pigrizia di non doversi mettere a scrivere un pezzo davvero]

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