ai risvegli di merda non ci si abitua mai

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Ogni tanto sembra che parlare di ciclisti non sia così diverso dal parlare di cronaca nera. ma non è un’impressione, è davvero la realtà nella sua faccia più cruda, spietata, ordinaria. il mondo in cui abbiamo scelto di vivere, che abbiamo costruito, è fatto così, una danza macabra sui cadaveri, un balletto stretto tra la nostra vita e la madrina della strage, che da tempo ha posato la falce in nome di un ben più efficace paraurti.

ai risvegli di merda non ci si abitua mai. meno di un mese fa era toccato a mike hall, che per quanto lo avessi incontrato nemmeno 10 volte in tutta la mia vita, finivo per considerare un amico. oggi il telefono non smette di vibrare e tocca a una di quelle persone conosciute prevalentemente attraverso uno schermo televisivo, bucato dalla loro umanità.

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propria degli uomini soltanto nell’aspetto, non negli intenti

9d860928d310eea8e28a20b41b46-grandecosa ne pensi della riapertura delle indagini sulla morte di pantani?“, mi chiede un amico.
e io non so cosa ne penso, nemmeno ora che è passato un po’ di tempo.

penso che sin qui sia soltanto cronaca giudiziaria e non sportiva.

penso che comunque la giustizia sportiva si dimostri ancora una volta piú pavida pure della giustizia ordinaria; è più facile riaprire le indagini su un (presunto?) omicidio che fare chiarezza sulle imboscate degli antidoping e sulla sua gestione nebulosa, passata presente e futura.

penso soprattutto che se fosse stato un morto qualunque e non Marco Pantani le indagini sarebbero già morte e sepolte da anni. ne sono convinto tanto forte è il ribrezzo che provo verso la magistratura italiana, fatta di malori attivi, cadute dalle scale, mattoni volanti e oggetti che prendono vita. quante volte il morto “povero drogato”, “depresso”, “punkabbestia” è stato sepolto così, di fretta e con una pietra sopra (o al collo)? Continua a leggere