Una per la Vuelta 2015 o quello che ne è stato.

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Non mi è facilissimo commentare questa Vuelta, poichè l’ho vista proprio poco.
E con poco intendo troppo. Troppo nel senso di più di quei 10-15 minuti di attenzione al giorno che la corsa spagnola ha chiesto. Nulla a che vedere con il ciclismo, verrebbe da dire.

Se vado indietro con la memoria, faccio fatica a trovare un GT così brutto e noioso come la Vuelta 2015. Certo, ci sono anni di Tour affrontati “a gregge compatto”, la tristi sfide al ribasso tra Schleck jr e Contador, ma la Grande Boucle ha la sua magia, la sua tensione innata, che riesce a raddrizzare la rotta anche nelle occasioni più sfortunate. La Vuelta no, è il brutto anatroccolo del grande ciclismo e per questo l’ho sempre amata, almeno fino a quando non ha deciso di chinarsi ben oltre i 90° dinnanzi alla penetrazione irruenta del ciclismo moderno. Il risultato è questo (non) spettacolo, con corridori che si giocano la vittoria sul filo dei secondi in una successione mal disegnata di giornate tutte uguali a se’ stessa, in un deserto di pubblico che pare diventato -ahinoi- la consuetudine della corsa. (Consuetudine che solo la coglioneria di alcuni motociclisti ha saputo interrompere, tanto per rimarcare il livello organizzativo medio). Dovrei risalire al Giro del 2004, quello delle nove tappe vinte da Petacchi, se non addirittura al 1995, alla narcolessia romingeriana, per trovare un GT di tale bassezza. Ma a pensarci bene, non c’è nulla di paragonabile, quantomeno per lo spessore dei protagonisti in campo, e questa Vuelta diventa paradigma inarrivabile per la mia giovane (insomma…) esperienza di suiveur.

Lo spettacolo non c’è stato (a meno di non venire abbagliati da una “incertezza” sul risultato che è filiazione diretta della monotonia del copione) e nemmeno i protagonisti, dunque. Già, perchè se il percorso lasciava ben poche speranze, è pure sempre vero che la corsa la fanno i corridori. E, come si dice in questi casi, qui non l’hanno fatta. Qualche bagliore è venuto dalle uniche due tappe dal disegno decente: il coitus interruptus di Andorra, dove i big piccoli piccoli hanno rischiato seriamente di lasciare la corsa in mano ad un passistone, tanta è stata la timidezza con cui hanno affrontato la gara, e il toboga finale dell’Escorial, unica giornata degna di nota di una corsa che si è trovata forzata a raddrizzarsi nella sua ultima occasione. Una raddrizzata che è arrivata eccezionalmente grazie ad una giornata tattica come non se ne vedevano da anni, con un’Astana che in un giorno (caso unico) ha fatto tutto giusto, un Aru bravissimo a far fruttare il suo innato talento e tutta la grande bellezza di Mikel Landa a scortarlo, ancora una volta, come un tema dominante di questo 2015. Un saggio osservatore al termine di quella giornata ha scritto: “Vince il ciclismo di squadra contro quello individuale; vince il ciclismo di grandi sforzi contro quello dei “muretti”; peccato che non vinca Dumoulin”. C’è tanta verità su tutta questa Vuelta in una piccolissima analisi, di una giornata che sovverte ogni senso della corsa, e lo sovverte con l’impresa abbaglianta di Rubén Plaza, una vittoria dopo 114 km di fuga solitaria che va a scalare la vetta delle cose più belle offerte dal ciclismo quest’anno, e probabilmente offerte dalla Vuelta nella sua intera storia.

E per restare su parole altrui (sempre meglio risparmiare le proprie), un altro saggio osservatore ha tirato le somme sulla corsa spagnola con largo anticipo dopo la crono di Burgos: “la Vuelta è come la cena del primo dell’anno… molti commensali son gli stessi della sera precedente, stancamente e mezzi malconci, si misurano con… ribollite, polpettoni e altri piatti dal sapore riciclato. Quelli che “emergono” alla fine son quelli che la sera prima si son fermati all’aperitivo oppure che han bigiato per una serata “romantica” … al cinema”.
Doveva essere il GT delle grandi firme, si è risolto per quello delle grandi comparse, con l’eccezione del suo vincitore. Gran bel vincitore, Aru, sia chiaro: uno dei talenti più grandi del ciclismo prossimo venturo. Un predestinato che ci ha messo pochissimo a farsi realtà anche nel ciclismo dei grandi, benchè per farlo abbia dovuto ripiegare e di molto le proprie ali. Quando Aru passò professionista eravamo tutti eccitati, finalmente un corridore coraggioso e pieno di fantasia, una speranza rara per scuotere un ciclismo sempre più asfittico. L’Aru che vince la Vuelta, che sale sui podi del Giro, è invece un corridore tale e quale ai suoi colleghi: un ciclista che corre col bilancino e che quando si vede in gara è solo per la stoccata, per quegli ultimi km che fortunatamente -per lui- almeno non sono soltanto “muretti”. Eppure l’Aru che vince la Vuelta è pure l’unico tra questi big talmente piccoli che dovremo cominciare a chiamare little a provarci in qualche modo, ben prima dell’ultimo giorno in cui si trova alle strette. Non è il corridore che avrebbe potuto far sognare il pubblico con un’impresa ad Andorra, ma è almeno quello che prova a scuotere il gregge un attimo prima della volata in salita, e alla fine vince. Bene così, il ciclismo che entusiasma è ancora lontano anni luce, ma intanto bene che vinca uno come lui che non tanti altri suoi rivali. Volendo fare le pagelle, ad Aru va un 7 pieno al termine di questa corsa. Non di più, perchè non ce ne sarebbero proprio i motivi, ma di meno a un vincitore non si può dare.

Di più si può dare invece a quello che è stato il suo rivale a sorpresa fino (quasi) alla fine: quel Tom Dumoulin che a neanche 25 anni scopre che in questo ciclismo fatto di attese ubriacanti può dire la sua ben più in la’ dei suoi limiti, basta stringere i denti. E quando ti ritrovi con le doti che Madre Natura ha dato a Dumoulin, puoi stringere i denti senza nemmeno scomporti in sella. 8 pieno e la speranza che a Richmond Martin si scansi un attimo e gli lasci quel trionfo che qui avrebbe meritato.

Altri voti a caso o quasi.
Landa, già citato, si dimostra ancora uno degli scalatori più eleganti ed efficaci in gruppo. Vince il tappone e costruisce metà della vittoria del suo capitano. 8 pure a lui, soprattutto per lo stile con cui sfancula la squadra e va a vincere ad Andorra dopo quanto gli è stato tolto al Giro.
Plaza corona la stagione migliore di una lunghissima carriera con una vittoria da antologia: 10 a lui e tanti applausi alla tanto dileggiata Lampre, che quest’anno non sbaglia un colpo.
Adam Hansen conclude il suo 13esimo GT consecutivo, diventando il recordman di ogni tempo in questa speciale classifica e strappando a martellate brandelli da tutti i nostri cuori. Non classificabile, per eccesso.
Purito arriva secondo per la milionesima volta, stappa lo champagne e festeggia. La stessa cosa faremo noi quando ciclisti come Purito torneranno nell’oblio: un corridore simpaticissimo e degno di stima, ma se nemmeno in una corsa con centoventi arrivi in salita provi a far qualcosa di più del tuo scattino pallido, il 4 non te lo toglie nessuno.
Dietro di lui c’è un Majka che esce decisamente ridimensionato dalla corsa: vero che arrivava con una stagione dispendiosa alle spalle, ma qui conquista un podio in stile ectoplasmico, alla Zubeldia (che invece è stato protagonista più in queste tre settimane che in 15 anni di carriera). 4.5 al polacco, di stima.
I protagonisti del Tour: 6.5 a Froome per la voglia di mettersi subito in discussione e per la tenacia con cui finisce il tappone pedalando su un piede fratturato, ma il risultato è nullo e lo dimenticheremo presto. 4 a Quintana, che non si vede quasi mai e non bastano tutti i malanni del mondo a scusarlo: corridore che ha fatto passi da gigante all’indietro in questa stagione, almeno nella mia considerazione.
(Ne esce molto meglio Chaves -per restare in Colombia-: uno che agli esordi sembrava quasi più forte del connazionale ma che gli infortuni hanno limitato eccessivamente. Qui vince due tappe e non si può non dargli 7, ma al top della condizione non riesce mai a giocarsi nemmeno un podio contro avversari che sono quel che sono, e questa in piccolo sarà quasi una bocciatura). 6.5 a Valverde, che vince una tappa e fa la crono della vita; niente di più, ma come si fa a criticare un corridore del genere dopo questa stagione?
Restano i vincitori di tappa, di cui mi tengo giusto Stuyven (7.5) perchè lui da fratturato addirittura la vince una tappa, e poi se ne torna a casa sorridente. Degli altri, Degenkolb su tutti, può darsi che se ne parli tra un paio di settimane, sotto un arcobaleno.
Ah no, resta pure Meintjes (7), che a 23 anni chiude in top 10 nel silenzio generale. Lui sì che è un fenomeno vero, un segno di un ricambio ormai travolgente che oltre che generazionale pare anche geografico. L’anno prossimo andrà in Lampre, e chissà che la buona stella blu-fucsia non smetta di splendere.

Ho visto poco di questa Vuelta e ho scritto troppo. Ho visto un pochissimo che è già di più del nulla che l’ha seguita a bordo strada: ho scritto troppo e potrei andare avanti, ma cambiano i nomi e i luoghi but the song remains the same. Della Vuelta scrivevo così 12 mesi fa, e potrei copiare pari pari (includendo l’interessante e breve discussione seguita nei commenti): la Vuelta, questa Vuelta, sta diventando il primo luogo comune del ciclismo moderno.

Arrivederci.

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